Il ritmo cala, la stanchezza di un anno denso ed intenso dal punto di vista personale e professionale mette in evidenza le cicatrici dell’anima.
E mi ritrovo seduta in riva al lago a scrivere il 70esimo articolo per la newsletter di Orientareoggi. E’ cominciata come un’avventura, si è trasformata in racconti di quotidianità, alle volte travolgenti, altre volte faticosi.
Eppure, questo momento ha scandito il sabato mattina post caffè. E’ diventato l’appuntamento con l’auto osservazione e con la meta cognizione: strumenti che hanno permesso la crescita personale e professionale, allontanandomi dall’idea adolescenziale che la perfezione è meravigliosa.

E’ stata un’evoluzione progressiva che mi ha accompagnata negli ultimi anni e ha preso spunti ed appunti dalla psicologia positiva e dal gioco di Polly Anna che facevo da ragazzina (alla fine della giornata sul calendario andavano appuntate tre cose belle che erano successe!).
Nell’idea di “perfezione” è implicito un obiettivo ed un punto di arrivo che spesso richiama staticità: un qualcosa di monolitico è lì ad aspettarti e “se sei bravo, capace, allora lo raggiungerai”. All’interno del contesto attuale i modelli di riferimento vengono definiti perfetti: non un brufolo, non una ruga non un chilo di troppo (o di meno), simpatici, performanti cognitivamente e fisicamente, e soprattutto con tanti soldi. Quindi, di default, se non sei questo, allora sei un fallito, un imperfetto. Ma c’è un punto interessante che spesso non viene messo in luce: tra la meta e il cammino, esistono deviazioni, ripensamenti, cadute, bivi, soste insomma, momenti imperfetti.

Ed è qui che entra l’idea di imperfezione e crescita.
Facendo una rapida ricerca in rete, i principali significati attribuiti alla parola imperfezione sono spesso connessi ad un’accezione negativa.
Inoltre, l’etimologia della parola segnala il suo legame con l’incompiutezza: in entrambe le lingue classiche, infatti, il termine ha a che fare con il mancato raggiungimento di un fine. In latino “imperfezione” è imperfectio, composto da in + perfectus, participio del verbo perficio “fare, portare a termine”; in greco è atéleia, vocabolo formato da a privativo e télos, “fine”.
Su diverse pagine l’imperfezione viene riportata come “mancata adesione ad un modello prestabilito”.
Le domande si sprecano:
– quale modello prestabilito?
– chi stabilisce il modello?
– quali sono i parametri di perfezione del modello stabilito e
– qual è il limite entro il quale si stabilisce chi e cosa e perfetto e cosa no
Seligman, uno dei fondatori della psicologia positiva ci supporta nel cambiare sguardo e paradigma, facendo luce sulla centralità del processo e degli elementi che incalzano il cammino piuttosto che sul punto di arrivo al modello prestabilito.

La capacità di superare le avversità e di riprendersi dai fallimenti è un tema centrale nella psicologia positiva e l’imperfezione è vista come una parte naturale della condizione umana che supporta lo sviluppo della resilienza ed aiuta le persone a gestire meglio gli inevitabili ostacoli e fallimenti.
L’imperfezione è un dono in quanto promuove la dinamicità, il movimento e ci supporta nel potenziamento di quello che Carol Dweck chiama mindset positivo. Questo atteggiamento mentale valorizza l’apprendimento continuo come scoperta di sé e del mondo e ritiene capacità ed abilità come sviluppabili piuttosto che fisse.
La dinamicità e il movimento generano, per leggi fisiche, energia. L’accogliere le imperfezioni come nuovi punti di avvio diventa la fonte per creare e generare nuove partenze, con la forza di quella che Seligman chiama auto compassione: trattare se stessi con gentilezza e comprensione anche di fronte alle cadute ed alle smagliature.

Durante questo fluire, l’attenzione è completamente assorbita dall’attività, riducendo il focus sugli errori e aumentando il senso di realizzazione che illumina le tappe con momenti – lanterna.
Breve digressione sul valore dei momenti lanterna: come oggetto simbolico, la lanterna ha molteplici significati che variano a seconda del contesto culturale, spirituale e psicologico. Rappresenta la luce della conoscenza, la guida spirituale, la speranza in tempi di difficoltà e l’illuminazione interiore. Tuttavia, la parte affascinante, per me, è quella fisica: la lanterna ha una luce fioca e che si irradia per uno spazio circoscritto. Quindi, accompagna in un processo che è lento e, spesso costellato da soste. Inoltre, stare vicino alla lanterna permette di sentire il calore, nonostante l’oscurità che, alle volte, può essere fredda.
I momenti lanterna sono caratteristici nella vita delle persone e sono passaggi che permettono l’evoluzione. Caratterizzati anche da confusione e dalla ricerca, credo siano momenti profondamente generativi dal punto di vista della crescita e, nel momento in cui vengono riconosciuti, sono vento favorevole di cambiamento e sviluppo del potenziale.

Momenti lanterna più o meno comuni
I momenti delle domande
Il sentirsi imperfetti spinge a costruire domande di senso (ma non sempre), a sottolineare la bellezza del “so di non sapere” e, nonostante sia un sentimento non sempre comodissimo, fa proprio quello che fa una lanterna, illumina i passi più vicini e le zone limitrofe, da cui ripartire per la ricerca e la costruzione di nuove direzioni.
Focalizzando le esperienze vissute, quali sono state le sbavature che stanno trasformando il tuo viaggio? Quale area illuminata dalla lanterna stai scegliendo di seguire?
Le relazioni e la loro continua costruzione
Ogni tanto la luce di questa lanterna si affievolisce, ogni tanto l’imperfezione nostra e degli altri è una tempesta che nasconde le potenzialità e le meraviglie. In questi momenti, rabbia, frustrazione e delusione accecano ulteriormente i momenti lanterna delle relazioni.
Riconoscere ed accettare le proprie ed altrui imperfezioni richiede coraggio e una grossa dose di fiducia. All’interno di un contesto storico dove forza e perfezione lasciano poco spazio alla debolezza ed alle smagliature, condividere le proprie incompletezze risulta un atto rivoluzionario e trasformativo.

La trasformazione ed il processo
Nell’arte giapponese, il Kintsugi, la ceramica rotta viene riparata con l’oro. Invece di nascondere le crepe, il Kintsugi le mette in evidenza, trasformando l’oggetto danneggiato in qualcosa di unico e prezioso. Le crepe dorate diventano parte integrante della storia dell’oggetto, valorizzando l’imperfezione e la trasformazione in qualcosa che prima non c’era ed adesso c’è.
Il processo mi affascina da sempre perché mette luce su quello che è un movimento. Il processo implica che si può aggiungere, togliere, modificare, creare, riorganizzare. Che fondamentalmente … è soffice, morbido.
Abbracciarlo richiede pazienza, perseveranza e abilità di affrontare anche i tratti bui lasciati dalla luce della lanterna. Risultati significativi richiedono tempo, impegno e dedizione. La pazienza ci aiuta a mantenere la motivazione e la calma anche quando i progressi sembrano lenti. La perseveranza ci spinge a continuare a lavorare verso i nostri obiettivi nonostante gli ostacoli e le difficoltà.

La celebrazione del dono dell’imperfezione
“L’imperfezione è uno dei fattori più importanti che guidano l’evoluzione della specie. Se tutto fosse perfetto, statico, non ci sarebbe cambiamento, non ci sarebbe progresso. Le imperfezioni, le deviazioni dalla norma, sono ciò che permette la variazione, la selezione naturale, e quindi l’adattamento e l’evoluzione.” Elogio dell’imperfezione, Rita Levi Montalcini. Tema della maturità di quest’anno. Paradossale all’interno del contesto perfetto della vinta on – life che stiamo vivendo.
Tuttavia, può rappresentare la celebrazione verso quella filosofia – scientifica che ci racconta come, c’è ancora tanto buio in cui camminare, ma è stimolante sapere che le lanterne ti accompagnano passo passo in quello che è un viaggio di continua esplorazione e ricerca ed orientano i passi regalando una luce diversa alle imperfezioni.



