Intelligenza emotiva. Imparare a riconoscere ciò che ci muove

Il costrutto dell’Intelligenza Orientativa nasce con la finalità di permettere alla persona di sviluppare quattro capacità — attivare la consapevolezza, comprendere, anticipare e progettare — che, quando vengono messe in gioco di fronte a una decisione, nell’attraversamento di una soglia esistenziale, nella ricerca di una soluzione a un problema o nel tentativo di uscire da uno dei tanti labirinti che incontriamo nel corso della vita, consentono di orientare il proprio sguardo verso dimensioni differenti della propria identità e della realtà nella quale siamo immersi.

Una di queste dimensioni è quella emotiva, che spesso rischia di essere considerata come qualcosa di separato dai processi cognitivi, quasi costituisse una componente accessoria della nostra esperienza, da prendere in considerazione soltanto quando le emozioni diventano particolarmente intense o difficili da gestire.

Lo sguardo emotivo, invece, conduce la persona ad ascoltare maggiormente il proprio sentire, a riconoscere le informazioni che provengono dal corpo e dalle emozioni e a comprendere quanto queste partecipino al modo in cui interpretiamo la realtà, attribuiamo significato alle esperienze e assumiamo decisioni.

Antonio Damasio, nel suo celebre L’errore di Cartesio, ha contribuito a mettere in discussione una rappresentazione del pensiero fondata sulla separazione tra ragione ed emozione. Le sue ricerche hanno evidenziato come i processi decisionali siano il risultato di una complessa integrazione tra ragionamento, memoria, esperienza corporea ed emozioni e come, in determinate condizioni, proprio il venir meno di alcuni segnali emotivi possa compromettere la capacità di prendere decisioni efficaci.

Il pensiero, quindi, non può essere ricondotto semplicemente a una componente razionale alla quale si contrappone quella emotiva, ma va considerato come l’espressione di un sistema nel quale diverse dimensioni dell’esperienza umana collaborano, dialogano e, talvolta, entrano in conflitto.

Da qui l’importanza, per diventare più intelligenti dal punto di vista orientativo, di coltivare la propria intelligenza emotiva, sviluppando la capacità di riconoscere questa parte della nostra esperienza e di utilizzarla consapevolmente, senza pretendere di eliminarne la complessità.

In questo inizio d’autunno ho avuto l’opportunità di lavorare sull’intelligenza emotiva in contesti di natura differente, facilitando esperienze finalizzate a rafforzare la capacità delle persone di riconoscere, comprendere e gestire la propria dimensione emotiva.

Una prima esperienza ha coinvolto un gruppo di responsabili e capi reparto di un’azienda metalmeccanica, impegnati quotidianamente nel coordinamento di persone, nella gestione dei processi produttivi e nell’affrontare situazioni che richiedono decisioni, assunzione di responsabilità e capacità di relazione.

Altre esperienze hanno interessato gruppi di insegnanti di un istituto tecnico e di istituti professionali, chiamati a confrontarsi con la complessità delle dinamiche educative e relazionali che attraversano la vita di una classe e che incidono profondamente sulla qualità dei processi di apprendimento.

Un ulteriore percorso ha coinvolto alcuni responsabili OLP, figure impegnate nell’accompagnamento di giovani che hanno scelto di svolgere un’esperienza di servizio civile e che, proprio attraverso questa esperienza, si confrontano con aspettative, difficoltà, relazioni, responsabilità e nuove immagini di sé.

Contesti certamente differenti per finalità, organizzazione e caratteristiche delle persone coinvolte, ma accomunati da un bisogno che ho ritrovato in tutte le esperienze: disporre di punti di riferimento e strumenti che permettano di orientare con maggiore consapevolezza il proprio comportamento e di facilitare i processi nei quali si è coinvolti.

Che si tratti di coordinare un reparto produttivo, promuovere l’apprendimento di una classe o accompagnare un giovane nella costruzione della propria esperienza, la dimensione emotiva partecipa continuamente a ciò che accade, influenzando la qualità delle relazioni, l’interpretazione delle situazioni e le decisioni che vengono assunte.

pesci e acqua

Fra i principi proposti da Six Seconds, organizzazione internazionale nata nel 1997 e impegnata nella diffusione e nello sviluppo dell’intelligenza emotiva, ce n’è uno che considero particolarmente illuminante: Fish don’t talk about water, i pesci non parlano dell’acqua.

La metafora suggerisce che ciò che costituisce il nostro ambiente abituale rischia di diventare talmente familiare da non essere più osservato. Il pesce è completamente immerso nell’acqua, così come noi esseri umani siamo continuamente immersi in esperienze emotive che accompagnano, influenzano e talvolta orientano il nostro modo di stare nel mondo.

Eppure, nonostante questa presenza costante, dedichiamo spesso uno spazio piuttosto limitato all’osservazione delle nostre emozioni e alla comprensione del ruolo che svolgono nella vita quotidiana. Siamo generalmente più abituati a raccontare ciò che facciamo, ciò che è accaduto o ciò che intendiamo realizzare, mentre facciamo maggiore fatica a riconoscere e condividere ciò che abbiamo provato durante quelle esperienze e quanto il nostro sentire abbia influenzato le risposte che abbiamo messo in atto.

La metafora dei pesci e dell’acqua richiama quindi una questione particolarmente significativa dal punto di vista orientativo: come possiamo utilizzare consapevolmente una dimensione della nostra esperienza se non abbiamo sviluppato la capacità di osservarla?

Anche l’origine della parola emozione può aiutarci ad approfondire questa riflessione. Il termine rimanda al latino emovere, composto da ex, fuori, e movere, muovere, e richiama quindi l’idea di uno spostamento, di qualcosa che mette in movimento e modifica una condizione precedente.

L’etimologia offre uno spunto interessante per comprendere la natura dinamica delle emozioni, che non si limitano a rappresentare uno stato interiore, ma contribuiscono a predisporre l’organismo all’azione, influenzando l’attenzione, la percezione delle situazioni e i comportamenti che siamo portati a mettere in atto.

La paura, ad esempio, può orientare la nostra attenzione verso un possibile pericolo, mentre la curiosità può favorire l’esplorazione di qualcosa che ancora non conosciamo. La rabbia può mobilitare energie per affrontare una situazione percepita come ingiusta e la tristezza può accompagnare un processo di rallentamento e rielaborazione di quanto abbiamo vissuto.

Naturalmente non esiste una corrispondenza automatica e universale tra una specifica emozione e un determinato comportamento, perché il significato attribuito all’esperienza, la storia personale e il contesto nel quale ci troviamo contribuiscono a orientare il modo in cui reagiamo.

Rimane tuttavia un aspetto fondamentale: le emozioni partecipano al nostro movimento e, quando non vengono riconosciute, possono contribuire a generare comportamenti reattivi dei quali comprendiamo soltanto successivamente le ragioni e le conseguenze.

Una goccia dacqua sospesa sulla punta di una foglia

È proprio in questo passaggio che ritrovo uno dei significati più importanti dell’intelligenza emotiva, intesa come capacità di creare le condizioni per trasformare una risposta prevalentemente automatica in un’azione maggiormente consapevole.

Non si tratta di immaginare che ogni comportamento possa essere preceduto da un’analisi accurata delle emozioni che stiamo vivendo, ma di sviluppare progressivamente una maggiore familiarità con il nostro funzionamento, imparando a riconoscere quei segnali che ci permettono di comprendere quando una determinata situazione sta modificando il nostro equilibrio emotivo.

Nei contesti professionali, questo processo assume un valore ulteriore perché la capacità di riconoscere le proprie emozioni può favorire non soltanto risposte più consapevoli, ma anche azioni strategiche, nelle quali si cerca di considerare le possibili conseguenze del proprio comportamento sulle persone, sulle relazioni e sul sistema organizzativo nel quale si opera.

Pensiamo, ad esempio, a un responsabile che riceve una comunicazione inattesa da un collaboratore, a un insegnante che si trova davanti a un comportamento provocatorio o a un OLP che deve confrontarsi con un giovane che manifesta disinteresse verso le attività concordate. In tutte queste situazioni, la prima interpretazione di ciò che sta accadendo può essere profondamente influenzata dallo stato emotivo del momento e dalle esperienze precedenti.

La possibilità di riconoscere quanto stiamo provando, di interrogarci sulle ragioni di quella particolare attivazione e di ampliare lo sguardo sulla situazione può modificare significativamente il comportamento successivo.

L’intelligenza emotiva diventa così una risorsa per l’orientamento perché contribuisce ad ampliare lo spazio tra ciò che ci accade e il modo in cui scegliamo di rispondere.

Come accade per altre dimensioni astratte dell’esperienza umana, anche l’intelligenza emotiva ha bisogno di essere descritta attraverso modelli che consentano di renderla maggiormente osservabile e comprensibile.

Nel corso degli ultimi decenni sono stati elaborati differenti paradigmi teorici, alcuni maggiormente orientati a descrivere le abilità di elaborazione delle informazioni emotive, altri interessati a identificare competenze che possono essere sviluppate nella vita personale, educativa e professionale.

Tra questi, il modello proposto da Six Seconds rappresenta un riferimento particolarmente interessante per la sua attenzione alla possibilità di tradurre l’intelligenza emotiva in capacità osservabili e allenabili.

Il modello identifica otto competenze organizzate intorno a tre grandi aree, Know Yourself, Choose Yourself e Give Yourself, che accompagnano la persona in un percorso di progressiva conoscenza di sé, maggiore intenzionalità nelle proprie scelte e consapevolezza delle finalità che orientano le proprie azioni.

Questa impostazione permette di superare una rappresentazione dell’intelligenza emotiva ancora piuttosto diffusa, secondo la quale una persona emotivamente intelligente sarebbe soprattutto una persona capace di mantenere la calma, evitare i conflitti o mostrarsi sempre disponibile e comprensiva nei confronti degli altri.

La questione è più articolata, perché essere emotivamente intelligenti non significa evitare di provare rabbia, paura, frustrazione o delusione, ma sviluppare una relazione maggiormente consapevole con queste esperienze, imparando a riconoscerle, comprenderne le possibili origini e valutarne l’influenza sul proprio comportamento.

Ritroviamo qui una connessione diretta con le quattro capacità dell’Intelligenza Orientativa.

La consapevolezza permette di dirigere l’attenzione verso ciò che stiamo provando e di riconoscere i segnali emotivi che accompagnano l’esperienza. La capacità di comprendere conduce a interrogarsi sulle possibili origini delle emozioni, sul significato che attribuiamo agli eventi e sulle relazioni tra il nostro sentire, i bisogni e le aspettative. Attraverso l’anticipazione possiamo immaginare come una determinata risposta emotiva potrebbe influenzare lo sviluppo di una situazione, mentre la capacità di progettare ci consente di individuare strategie e comportamenti più coerenti con ciò che intendiamo realizzare.

Le quattro capacità non costituiscono naturalmente una sequenza rigida, ma possono integrarsi e richiamarsi reciprocamente, contribuendo a rendere più consapevole il modo in cui abitiamo le esperienze.

crescita personale

Da qualche tempo ho iniziato a utilizzare sempre meno la parola formazione, preferendo, soprattutto quando lavoro sullo sviluppo di capacità personali e professionali, il termine training.

Non si tratta di una semplice preferenza linguistica, né tantomeno di mettere in discussione il valore della conoscenza e della formazione, che rimangono condizioni fondamentali per qualsiasi processo di apprendimento.

La scelta nasce piuttosto dall’osservazione di quanto siano cambiate le condizioni di accesso alle informazioni e di come questo cambiamento richieda, a mio avviso, una riflessione anche sulle modalità attraverso le quali accompagniamo lo sviluppo delle persone.

Viviamo in un tempo nel quale una quantità straordinaria di conoscenze è facilmente accessibile e nel quale gli strumenti digitali, ulteriormente potenziati dall’intelligenza artificiale, permettono di avvicinarsi a temi, teorie e modelli che fino a pochi anni fa richiedevano percorsi di ricerca molto più articolati.

Naturalmente l’accessibilità delle informazioni non coincide con la loro comprensione e, ancora meno, con la capacità di valutarne l’attendibilità o di utilizzarle efficacemente. Rimangono inoltre ambiti specialistici nei quali sono necessarie conoscenze approfondite, esperienze prolungate e competenze tecniche che non possono essere acquisite attraverso una ricerca superficiale.

Tuttavia, quando il nostro obiettivo è sviluppare capacità quali la consapevolezza, l’ascolto, la gestione emotiva, la collaborazione o l’orientamento, la disponibilità di conoscenze teoriche rappresenta soltanto una parte del processo.

Oggi, ad esempio, una persona interessata all’intelligenza emotiva può raccogliere in poche ore una prima documentazione, conoscere i principali modelli di riferimento, acquistare manuali, ascoltare conferenze e individuare esercizi da sperimentare.

Ma sapere che cosa sia l’intelligenza emotiva non significa necessariamente essere capaci di utilizzare questa conoscenza quando ci troviamo immersi in una situazione emotivamente impegnativa.

Possiamo conoscere perfettamente il significato dell’ascolto empatico e continuare a interrompere il nostro interlocutore quando esprime un’opinione distante dalla nostra. Possiamo aver studiato strategie per gestire un conflitto e ritrovarci a utilizzare, nel momento in cui il conflitto si manifesta, gli stessi automatismi che abbiamo utilizzato per anni.

La conoscenza può certamente contribuire a modificare i nostri comportamenti, ma perché questo accada è spesso necessario costruire occasioni nelle quali sia possibile sperimentare, osservare, ricevere riscontri e riprovare.

È in questa prospettiva che attribuisco un valore particolare al training, inteso come un’esperienza intenzionalmente progettata per permettere alla persona di mettere in gioco le proprie capacità e di riconoscere, attraverso la pratica, quali possibilità di sviluppo possiede.

Nelle esperienze realizzate in queste settimane ho cercato di costruire occasioni nelle quali le persone potessero incontrare il tema dell’intelligenza emotiva non soltanto attraverso la conoscenza di un modello, ma soprattutto attraverso l’osservazione del proprio modo di stare nelle situazioni.

Il riconoscimento dei segnali corporei, l’ampliamento del vocabolario emotivo, l’analisi delle reazioni abituali, il confronto con situazioni concrete e la ricerca di strategie alternative diventano così occasioni per rendere maggiormente visibile una dimensione dell’esperienza che, pur essendo costantemente presente, viene spesso lasciata sullo sfondo.

Il valore del training risiede anche nella possibilità di creare uno spazio nel quale la persona possa rallentare e osservare ciò che normalmente accade con una rapidità tale da rendere difficile qualsiasi riflessione.

[IMMAGINE 4: inserisci qui attenzione-dentro-e-fuori.jpg con “Aggiungi media” | Alt: Un ragazzo guarda fuori dalla finestra e il suo riflesso si sovrappone al paesaggio: attenzione al mondo interiore senza perdere quello esterno.]

Questo aspetto richiama un tema che considero centrale nel costrutto dell’Intelligenza Orientativa: il rapporto tra attenzione e consapevolezza.

Siamo continuamente sollecitati da stimoli esterni e interni che cercano di conquistare la nostra attenzione, orientando il nostro sguardo verso ciò che appare più urgente, interessante, minaccioso o emotivamente rilevante. Una parte consistente di questi processi avviene automaticamente e svolge una funzione indispensabile, perché ci permette di rispondere rapidamente alle condizioni dell’ambiente.

Daniel Goleman, nel suo lavoro dedicato all’attenzione, richiama l’importanza di distinguere i processi attentivi prevalentemente automatici, spesso descritti come bottom-up, da quelli maggiormente intenzionali, indicati come top-down. Si tratta di modalità complementari, che contribuiscono entrambe al nostro funzionamento, ma la possibilità di attivare intenzionalmente l’attenzione assume un valore particolare quando desideriamo interrompere un automatismo e osservare con maggiore consapevolezza ciò che sta accadendo.

Nel lavoro sull’intelligenza emotiva, questo significa imparare a dirigere volontariamente lo sguardo verso la propria esperienza interiore, senza perdere di vista ciò che accade all’esterno.

La consapevolezza, infatti, non è un esercizio di ripiegamento su se stessi, ma una capacità che permette di ampliare la lettura della realtà, integrando le informazioni che provengono dall’ambiente con quelle che emergono dal nostro mondo interiore.

Un insegnante che riconosce il proprio stato di irritazione può osservare con maggiore attenzione anche il comportamento dello studente, evitando di interpretarlo esclusivamente attraverso il fastidio che sta provando. Un responsabile aziendale che si accorge della propria preoccupazione può interrogarsi su quanto essa stia influenzando il modo in cui valuta il comportamento di un collaboratore. Un OLP che riconosce la propria delusione rispetto all’atteggiamento di un giovane può trovare maggiore disponibilità a comprenderne le difficoltà e i bisogni.

In ciascuna di queste situazioni l’intelligenza emotiva non offre una soluzione preconfezionata, ma contribuisce a creare le condizioni per osservare più dimensioni della stessa esperienza e scegliere con maggiore consapevolezza come intervenire.

Ed è proprio questa possibilità che rende il training particolarmente interessante: non tanto insegnare alle persone quale sia il comportamento corretto, quanto accompagnarle a sviluppare le capacità necessarie per riconoscere e costruire risposte adeguate alle situazioni che incontrano.

Ritornando alle esperienze che hanno accompagnato questo inizio d’autunno, credo che il loro elemento comune non sia stato soltanto il tema dell’intelligenza emotiva, quanto piuttosto il tentativo di offrire alle persone occasioni per interrogarsi sul proprio modo di essere dentro i processi dei quali sono protagoniste.

Il responsabile aziendale, l’insegnante e l’OLP svolgono funzioni differenti, operano in sistemi organizzativi diversi e perseguono finalità che non possono essere sovrapposte. Tuttavia, ciascuno di loro è chiamato a interpretare situazioni, costruire relazioni, assumere decisioni e orientare processi che coinvolgono altre persone.

In tutte queste esperienze, la capacità di riconoscere la dimensione emotiva può contribuire a migliorare non soltanto il benessere individuale, ma anche la qualità delle interazioni e delle condizioni che favoriscono la crescita, l’apprendimento e la collaborazione.

In questa prospettiva, l’intelligenza emotiva assume anche un valore sistemico, perché il modo in cui una persona interpreta e gestisce le proprie emozioni può influenzare le risposte degli altri, il clima relazionale e l’evoluzione delle situazioni nelle quali è coinvolta.

Un buon training, a mio avviso, dovrebbe quindi riuscire a coinvolgere la persona non soltanto nella ricerca di nuove modalità operative, ma anche nella comprensione di ciò che queste modalità possono rappresentare per il proprio sviluppo personale e professionale.

Non è sufficiente apprendere una strategia se non si riesce a riconoscere il significato che potrebbe avere nella propria esperienza. È proprio la possibilità di attribuire un valore personale all’apprendimento che può alimentare la motivazione a sperimentare, esercitarsi e modificare progressivamente comportamenti consolidati.

Il training diventa così un’occasione per lavorare sul proprio essere, affinché ciò che siamo maggiormente capaci di riconoscere e comprendere possa trovare espressione anche in ciò che facciamo.

l acqua in cui siamo immersi

Tornando alla metafora proposta da Six Seconds, forse una delle finalità più interessanti di un percorso sull’intelligenza emotiva consiste proprio nell’aiutare le persone a diventare maggiormente consapevoli dell’acqua nella quale sono immerse.

Non per sottrarsi alle emozioni, né per pretendere di controllare ogni movimento della propria esperienza interiore, ma per sviluppare una maggiore capacità di riconoscere ciò che ci attraversa e comprendere quanto contribuisca a orientare il nostro modo di vivere, lavorare e stare in relazione.

Se assumiamo questa prospettiva, coltivare l’intelligenza emotiva significa anche rafforzare la propria Intelligenza Orientativa, perché amplia la possibilità di utilizzare consapevolmente le informazioni che provengono dalla nostra esperienza, integrandole con la lettura del contesto e con la capacità di immaginare e progettare il nostro movimento.

In fondo, è proprio questo uno degli obiettivi dell’orientamento: permettere alla persona di diventare progressivamente più capace di riconoscere le condizioni nelle quali si trova, comprendere ciò che la muove e assumere una posizione consapevole rispetto alle direzioni che intende intraprendere.

Di Massimo Ravasi

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