Roma ha una luce diversa. Accecante, in alcuni momenti. Forse è la grandezza degli spazi, forse il colore dei palazzi, forse semplicemente il fatto che quando ci spostiamo dai luoghi che conosciamo cambiamo anche il modo di guardarli. Per il secondo anno ho avuto il piacere di partecipare alla Rome Future Week. E, come spesso mi accade quando porto un intervento fuori dai miei contesti abituali, per me non è soltanto andare a raccontare qualcosa.
È mettermi in gioco.
Prendere una tematica, approfondirla, attraversarla, provare a comprenderla abbastanza da poterla rielaborare in una pillola — o forse in una piccola perla — e condividerla con persone che hanno storie e background differenti dai miei.
Anche geograficamente. Questa cosa continua a stupirmi. Cambi regione, cambia il punto di osservazione. Cambiano le parole. Cambiano alcune priorità. Cambiano i problemi che vengono portati in primo piano e quelli che rimangono sullo sfondo. Cambiano le domande.
E così, mentre sei convinto di essere arrivato per portare qualcosa, ti accorgi che sei costretto a riorientarti. Ritrovi paradigmi nuovi. Altri vecchi. Visioni che, per qualche strano motivo, avevi perso di vista. E allora inizi nuovamente a interrogarti. La direzione che sto prendendo è ancora quella che voglio? Che cosa non sto più vedendo?
Che cosa, invece, sto continuando ad alimentare semplicemente perché ormai fa parte del mio paesaggio? Forse viaggiare fa anche questo. Sposta fisicamente il punto dal quale guardiamo e, per qualche momento, rende meno automatico anche il nostro sguardo. Ed è curioso che proprio a Roma sia andata a parlare di attenzione.
Quando mi è stato proposto l’intervento, la mia prima reazione è stata piuttosto prevedibile.
Ansia. E subito dopo: “Devo leggere di più.” “Devo capire di più.” La mia parte di accumulatrice seriale di libri si era già attivata. Per essere all’altezza dovevo aggiungere. Più informazioni. Più teorie. Più riferimenti. Più preparazione. Poi, una sera, mentre preparavo la cena, è comparsa una domanda diversa:

Che cosa hai già?
Non: che cosa ti manca?
Che cosa possiedi già, che cosa hai sperimentato, che cosa hai osservato lavorando con le persone, che cosa sai perché lo hai attraversato? Quella domanda ha prodotto un piccolo spostamento.
Ho messo un limite. Uno stop.
Non perché avessi improvvisamente abbastanza conoscenze sull’attenzione. Ma perché continuare ad aggiungere non stava necessariamente aumentando la qualità del mio pensiero. Stava aumentando la quantità. E quantità e profondità non sono la stessa cosa.
Mi sono accorta che questo movimento non riguarda soltanto la preparazione di un workshop.
Lo incontriamo continuamente anche nell’orientamento.
Non so → cerco altre informazioni.
Sono incerto → apro altre possibilità.
Ho un problema → aggiungo uno strumento.
Non so cosa fare professionalmente → faccio un altro corso.
Non mi sento abbastanza competente → acquisisco un’altra certificazione.
Il movimento è quasi automatico. Quando qualcosa manca, aggiungiamo. Viviamo immersi in una cultura dell’addizione nella quale il “più” viene facilmente associato al “meglio”. Più competenze. Più informazioni. Più opportunità. Più connessioni. Più esperienze.Più possibilità.
Ma nel lavoro orientativo dovremmo forse interrogarci maggiormente su questo automatismo. Perché arriva un momento nel quale aggiungere possibilità non amplia più il campo.
Lo satura.
Arriva un momento nel quale un’altra informazione non produce maggiore chiarezza. Produce rumore. E può accadere un piccolo paradosso: cerchiamo chiarezza aggiungendo complessità.
E se orientare significasse anche sottrarre?
Perché noi orientatori siamo allenati ad offrire.
Informazioni.
Strumenti.
Domande.
Alternative.
Mappe.
Opportunità.
E naturalmente tutto questo è parte del nostro lavoro. Ma forse dovremmo allenarci altrettanto alla sottrazione. Che cosa possiamo togliere affinché qualcosa diventi finalmente visibile? Una possibilità che la persona continua a tenere aperta solo perché chiuderla significherebbe rinunciare.
Un’aspettativa che appartiene più agli altri che a sé. Un’informazione in più che non modifica realmente la decisione. Una narrazione professionale diventata troppo stretta.
Un “devo”. Una nostra domanda. Persino una nostra interpretazione. Sottrarre, nell’orientamento, non significa impoverire.Può significare fare spazio.
E forse è proprio qui che compare una parola che continuo a trovare poco frequentata.

Abbastanza.
Abbastanza non significa accontentarsi. Non significa smettere di crescere. E non significa rinunciare all’ambizione. Significa forse riuscire a riconoscere il punto nel quale ciò che abbiamo ci permette di fare un passo.
Ho abbastanza informazioni per decidere?
Conosco abbastanza questa possibilità per sperimentarla?
Ho abbastanza strumenti per iniziare?
Sono abbastanza preparato per espormi, sapendo che qualcosa lo imparerò mentre lo faccio?
Sono domande molto diverse da:
“Ho tutto ciò che mi serve?”
Perché probabilmente non avremo mai tutto. E se aspettiamo di avere tutte le informazioni, tutte le competenze, tutte le certezze e tutte le condizioni favorevoli, rischiamo di trasformare la preparazione in una forma molto raffinata di immobilità. L’abbastanza introduce invece un confine.
E proprio perché delimita, permette di scegliere dove mettere l’energia.
Quando smettiamo di aggiungere continuamente qualcosa, può accadere una cosa piuttosto insolita.
Compare del silenzio.
C’è un silenzio esterno.
Quello della montagna.
Della notte.
Di certe giornate estive nelle quali perfino le città sembrano fermarsi.
E poi c’è un silenzio interno.
Più difficile da riconoscere.
Per me è quel momento nel quale il rumore di fondo diminuisce abbastanza da permettermi di vedere con maggiore chiarezza ciò che sto facendo. Non necessariamente ho trovato la risposta. Ma qualcosa si è acquietato. E qui penso al nostro lavoro.
Quanto silenzio lasciamo in un colloquio?
Quanto rapidamente riempiamo uno spazio con una nuova domanda?
Quanto tolleriamo che una persona non sappia?
Quanto sappiamo stare davanti a un’incertezza senza trasformarla immediatamente in un obiettivo?
Anche noi orientatori possiamo essere vittime della cultura dell’addizione.
Una domanda non produce risposta?
Ne facciamo un’altra.
La persona è confusa?
Introduciamo uno strumento.
Non vede alternative?
Gliene proponiamo.
E se, qualche volta, il gesto professionale fosse non aggiungere immediatamente niente?
È nel silenzio che per me emerge una delle capacità orientative più importanti.

Accorgersi.
Più lavoro con le persone, e in particolare con gli adolescenti, più mi convinco dell’importanza dello sguardo. Quando iniziamo a utilizzarlo intenzionalmente cambia qualcosa. Ci accorgiamo di una parola. Di un’inflessione della voce. Di una postura che si modifica. Di una contraddizione. Di una persona che si illumina parlando di qualcosa e che un minuto dopo torna a spegnersi. Ma l’accorgersi non riguarda soltanto l’orientatore. È una competenza da restituire alla persona.
Di che cosa ti stai accorgendo?
Che cosa sta attirando la tua attenzione?
Che cosa continui a non guardare?
Che cosa accade dentro di te mentre racconti questa possibilità?
Che cosa vedi oggi che sei qui e che, dal luogo dal quale guardavi prima, non riuscivi a vedere?
Forse è proprio questo che mi restituisce Roma. Cambiare luogo può cambiare lo sguardo. Ma non serve necessariamente prendere un treno. Possiamo imparare a spostare il punto di osservazione anche rimanendo nello stesso posto. Ed è un movimento profondamente orientativo.
Dove metti il tuo fuoco?
Mi piace questa parola. Il fuoco è energia. Scalda. Illumina. Trasforma. Ma per continuare a bruciare ha bisogno di essere alimentato. E non possiamo alimentare tutto. Qui, forse, attenzione e orientamento diventano quasi la stessa cosa.
Orientarsi significa anche decidere che cosa alimentare.
Quale relazione. Quale competenza. Quale possibilità. Quale pensiero. Quale progetto. Quale parte di sé. E, inevitabilmente, significa decidere che cosa lasciare sullo sfondo.
Non perché non abbia valore. Ma perché l’energia è finita. Il tempo è finito. L’attenzione è finita.
Noi siamo finiti. Ed è proprio il limite a rendere possibile una direzione.
Torno da Roma con una domanda professionale.
Forse, dentro una società che continua a moltiplicare informazioni, stimoli, opportunità e possibilità, il nostro compito come orientatori non può essere soltanto quello di aggiungere.
Forse dobbiamo diventare anche professionisti della selezione.
Della sottrazione.
Del silenzio.
Dell’abbastanza.
Professionisti capaci di creare condizioni nelle quali una persona possa accorgersi di ciò che c’è prima di cercare immediatamente ciò che manca.

Questo modifica anche alcune domande.
Non soltanto:
Che cos’altro potresti fare?
Ma:
Che cosa puoi smettere di fare?
Non soltanto:
Quali altre informazioni ti servono?
Ma:
Hai già abbastanza informazioni per fare un piccolo passo?
Non soltanto:
Quali possibilità non hai ancora considerato?
Ma:
Quale possibilità merita davvero la tua attenzione?
Non soltanto:
Che cosa vuoi raggiungere?
Ma:
Che cosa vuoi alimentare?
E forse anche:
Che cosa scegli di non alimentare per fargli spazio?
A Roma sono arrivata pensando di parlare di attenzione. Sono tornata pensando ancora una volta all’orientamento. Perché orientarsi non significa soltanto sapere dove andare. Significa imparare a governare l’energia con cui guardiamo il mondo. Mettere un limite. Sottrarre. Riconoscere l’abbastanza. Lasciare emergere un po’ di silenzio. Accorgersi. E poi scegliere dove mettere il fuoco.
Forse il focus non nasce quando finalmente riusciamo a tenere insieme tutto.
Nasce quando riconosciamo che cosa, tra tutto, merita davvero di essere alimentato.
Riferimenti che hanno accompagnato la riflessione
- Thich Nhat Hanh, in particolare le riflessioni sulle forme di nutrimento e sulla consapevolezza di ciò che scegliamo di alimentare nella nostra esperienza.
- Daniel Goleman, Focus. Come mantenersi concentrati nell’era della distrazione, sul funzionamento dell’attenzione e sulla capacità di orientarla intenzionalmente.
- Gloria Mark, Attention Span, sui cambiamenti dell’attenzione nell’ambiente digitale, sulle interruzioni e sui costi del continuo spostamento del focus.
- Amishi P. Jha, Peak Mind, sul ruolo dell’allenamento dell’attenzione e della consapevolezza.
- Gianrico Carofiglio, in particolare l’immagine dell’“accendere fuochi”, che ha accompagnato la riflessione sulla scelta di ciò a cui destinare attenzione ed energia.
- Dieter Rams, attraverso il principio Less, but better, come riferimento alla sottrazione dell’eccesso per rendere visibile l’essenziale.



