IL GIOCO DELLO SPECCHIO

“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”, una delle frasi più celebri dei cartoni animati Disney.

 

Quante volte lo chiediamo davanti allo specchio per cercare un’immagine di noi che speriamo di vedere riflessa? Quante volte riusciamo ad osservare l’immagine riflessa per quella che è realmente?

Anche con tutta la vulnerabilità che ci circonda.

 

Etimologicamente, vulnerabile dal latino vulnerabilis, derivato di vulnerare vuol dire ferire.

 

Ben pensandosi questa parola risulta attuale nella vita quotidiana, dove ognuno di noi ha delle cicatrici ed in un modo o nell’altro è stato/a ferita.

A maggior ragione, diventa attualissima, nel momento in cui incroci persone che sono state inserite nelle liste per il collocamento mirato ed osservi come il concetto di vulnerabilità sia, interessante, complesso ed articolato.

 

Brenè Brown, ricercatrice narratrice, ha studiato il concetto di vulnerabilità e ne ha tracciato il disegno.

Brown evidenzia come la vulnerabilità nasca e si generi, principalmente, da due cause: da una parte, addormentando I sentimenti, dall’altra, cercando di rendere tutto quello che è incerto, certo.

 

  1. sottolinea come non si possa scegliere quail emozioni sopprimere. Non si possono “addormentare” I sentimeni scomodi, in quanto, sopprimendoli, si sopprime anche la gioia, la felicità, lo stupore. Ed è allora che stiamo male e ci sentiamo vulnerabili
  2. evidenzia come la paura ci spinga ad andare a cercare certezze anche dove non ve ne sono, a bloccare qualsiasi forma di dialogo e conversazione, se l’interlocutore non è d’accordo con noi. Evidenzia come esista il biasimo, che nella ricerca è definito come modalità di scaricare il dolore ed il disagio e questo ci rende vulnerabili

 

Entrambe le ho ritrovate, in modalità diverse e con sfumature più o meno grigie, nelle persone che ho incrociato ed hanno vissuto una trasformazione, o meglio, hanno avuto la fortuna di mettersi davanti a quello specchio e non poter ignorare la vulnerabilità. Per tornare a riempire lo spazio della vita chiamato “lavoro”.

Incrociare le loro storie, mi ha permesso di riprendere in mano il concetto interessante di area di sviluppo prossimale di Vygotsky. Lo psicologo e pedagogista sovietico la definisce come la distanza che intercorre tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale che può essere coinvolta in virtù di del supporto di altre persone.

 

L’area di sviluppo prossimale è colmabile attraverso tre principi orientativi che hanno guidato la mia metodologia durante le sessioni.

 

Principio 1 dell’orientatore:

osservare tutte le aree di vita della persona coinvolta. Lo spazio lavoro è uno degli spazi che sono stati intaccati dalle nuove vulnerabilità. Attraverso lo strumento della ruota del coaching, i percorsi hanno fatto emergere come la vita sia multistrato e come nuove abilità sviluppate in altre aree possano essere interessanti per cambiare o mettere luce su nuovi profili professionali.

Questo conduce al

 

Principio 2 dell’orientatore:

ovvero, seguire la scelta del coachee di voler mettere davanti allo spacchio alcune aree prima di altre. In un momento in cui la fisicità o la mente subiscono cambiamenti importanti, il lavoro potrebbe non essere la priorità. La richiesta ufficiale è quella di essere re – inseriti nel mondo del lavoro. Scavando e spostando la polvere, si scopre come, prima, sia fondamentale avvicinarsi allo specchio ed osservare, in tutte le sue sfumature, la nuova immagine riflessa.  Guardando con occhi nuovi i potenziali affiorati e i vincoli emersi.

 

Il principio 3 dell’orientatore arriva nel momento in cui la nuova immagine è limpida e soprattutto accettata ed è:

allontanarsi piano dallo specchio in cui la persona può vedere riflessa, con chiarezza, la nuova immagine di sè, consapevole che la luce riflette ciò che ancora posso fare. La vulnerabilità diventa così un potere e dà avvio ad un nuovo inizio.

 

 

I tre principi dell’orientatore possono essere arricchiti dalla ricetta che Brown propone per affrontare in maniera, a mio modo di vedere, molto umana la bellezza della vulnerabilità.

 

Primo step: lasciarsi osservare in profondità con uno specchio che è lontano dalle brame, ma vicino alla profondità delle nostre cicatrici

 

Secondo step: lasciarsi amare, anche se non ci sono garanzie

 

Terzo step: essere grati e gioiosi, anche nei momenti di paura

Perchè la paura, come altre emozioni, ci fa sentire vivi e l’essere vulnerabili è la prima evidenza che lo siamo e che possiamo lottare e costruire I sogni che ci rendono meravigliosamente umani, con le nostre cicatrici.

 

Condividere percorsi con persone da accompagnare al mondo del lavoro nella fetta di mercato che ricopre la legge 68/99, significa, in primis, ricostruire l’immagine riflessa nello specchio e tornare a credere che si è abbastanza, anche con le nuove vulnerabilità.

 

 

 

 

Di Sara Marchiori

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