COACHABILITY E FELICITÀ

La coachability è un costrutto psico-emotivo fondamentale per iniziare un percorso di coaching. Non esiste una traduzione precisa di coachability in italiano. Come per molte parole inglesi anche questa presenta una tonalità variegata difficile da rendere nella nostra lingua.

 

Le parole inglesi, molte volte, si arricchiscono di significato anche grazie alla loro musicalità. Tuttavia in italiano corrisponde alla volontà di attuare un cambiamento in sé, a migliorare una propria capacità, ad essere disposto ad attivarsi per raggiungere un obiettivo. 

 

Vi sono più elementi che partecipano a definire la piena coachability tra cui:

  • La capacità di connettersi con le proprie risorse
  • La capacità di mettersi in gioco
  • La capacità di vivere l’esperienza di cambiamento come un’opportunità per dare voce al proprio potenziale
  • La capacità di definire un obiettivo e di essere intenzionato a perseguirlo

Gli stessi elementi ritornano anche in un percorso di orientamento che facilita l’acquisizione di una maggiore consapevolezza rispetto a chi si è e verso dove si vuole dirigersi, considerare i bisogni o desideri, ascoltare la propria voce, puntare il riflettore su un punto della propria identità.

L’orientamento potenzia la capacità di affrontare le decisioni, perché durante il processo allena tutte quelle abilità che entrano in gioco in questa dimensione psico-emotiva: ascoltare, osservare, analizzare, valutare, sintetizzare, pesare, calcolare, prevedere, sentire, valorizzare, captare le emozioni e i sentimenti.

 

Questo porta prima a una mobilitazione interna e poi all’agire, al buttarsi, al muoversi, allo spostarsi.

 

Ma non sempre succede: mi capita di incontrare alcune persone che si trovano in una situazione di stallo. Si tratta di una condizione di attesa e d’inazione forzata, dovuta al fatto che non si intravedono vie d’uscita o soluzioni alternative e risolutive.

Nel volo si stalla quando le correnti fluide non aderiscono al dorso. In questo caso gli alettoni perdono di efficacia e il rischio è la caduta a vite. Metafora quanto mai utile per essere efficaci nel supporto a chi si trova in questa condizione, visto il rischio. Il manuale del buon pilota dice che in questo caso occorre agire sulla pedaliera.

 

In sessione, per fare in modo che la persona si metta di buona lena per impedire la caduta a tracollo, pongo delle domande che portino a scandagliare più aree del sé, della propria identità personale, professionale e dei diversi ruoli che la persona riveste nella sua quotidianità. Per compiere questo movimento, in alcuni casi, uso una tecnica che ho nominato del minimo comune denominatore.

 

A volte il processo decisionale viene bloccato da un elemento che continua a ritornare nelle diverse soluzioni prese in considerazione per uscire dallo stallo. La tecnica del minimo comune denominatore prevede di stanare questo elemento.

 

Occorre porre attenzione, ma una volta che si fiuta la X allora tutto diventa più facile. Da lì in poi si pongono delle domande per avere conferma che sia effettivamente come intuito e perché anche il protagonista del processo orientativo ne diventi consapevole.

 

Quando la persona coglie il blocco, molte volte, sviluppa fin da subito un’intenzionalità di liberarsi di quell’elemento disfunzionale. Esempi di blocchi? una paura, un senso di inadeguatezza, il non sentirsi competenti o sufficientemente preparati.

Esemplifico con un caso per essere più chiaro:

 

Benedetta è una donna di 41 anni che vorrebbe rientrare nel mercato del lavoro.

Allo stato attuale è mamma, impegnata nella cura dei propri figli ancora piccoli anche se già vanno a scuola. Vorrebbe svolgere un lavoro part time in cui provare a dar voce a una sua attitudine nella promozione e nel marketing. Vorrebbe svolgere questa professione da casa, ma non sa bene fare come iniziare a muoversi in questa direzione.

 

Vorrebbe avere la strada già predefinita e conoscere tutti i passi da fare per arrivare precisamente a concretizzare quell’immagine professionale che è molto sfumata, dai contorni poco chiari. Non ha tempo, si sente troppo in là con l’età per giocare con i propri sogni. È sfiduciata.

 

Ecco lo stallo: la persona non sale, né prosegue diritta, né scende.

Le sollecitazioni interne mettono a dura prova la struttura identitaria. Si sente quasi il tremore della fusoliera umana che si manifesta in accenni di ansia  (respiro corto e strozzato).

 

In questi casi la tecnica del comune denominatore facilita nella persona un passaggio di consapevolezza rispetto a ciò che potrebbe fare per iniziare a testare quanto ciò che pensa e dice di desiderare sia effettivamente reale e non una proiezione.

 

  • Che cosa ti sta impedendo di vedere meglio questa figura?

Nel caso specifico emerge poca conoscenza rispetto alla figura professionale alla quale si sta puntando. Ecco il minimo comun denominatore: la poca conoscenza. Mancano le informazioni precise, dettagliate, le nozioni, il sapere teorico.

 

  • Quale è l’azione che potresti intraprendere ora, nella tua attuale vita, per avere più conoscenza?

La persona decide di leggere un libro sull’ambito individuato per valutare l’effettivo interesse o meno. Ci è riuscita: il volo riprende. La destinazione è chiara e semplice da raggiungere.

 

La persona prendendo questa decisione ha generato contemporaneamente la sua coachability: è entrata nel regno del potenziale ed ha iniziato ad avere accesso alle sue risorse.

Come spesso mi capita, ho divagato. Il mio correttore di bozze mi ha evidenziato che prima di scrivere un articolo dovrei aver ben chiaro l‘obiettivo (ovvero cosa vorrei raccontare oggi ai miei lettori e perché è importante per me).

 

Definire il punto di inizio, la tematica da sviluppare e dove voglio arrivare. Ipotesi, svolgimento, tesi finale.

 

Chiedo venia: il fatto è che la scrittura, personalmente, è un mezzo di comunicazione che mi fa trascendere cioè mi porta al di là di ciò che avevo prestabilito razionalmente di scrivere, mi orienta al di là di me stesso per servire una causa superiore: Facilitare l’Orientamento di chi incontro.

Quando si trascende succede qualcosa di particolare nella vita: ci si sente spinti e autorizzati a far qualcosa perché ciò, di cui ci si è messo al servizio, riesca a manifestarsi nel suo pieno splendore.

 

Parolone, ma a volte occorre avere il coraggio di fidarsi del poco razionale. La condizione umana è un Odissea in continua evoluzione. A volte mi chiedo se in questo viaggio, come succede ad Ulisse, si riuscirà a tornare in Patria, all’origine del proprio tempo. In questo viaggio, le scoperte e le trasformazioni sono state moltissime, ma nel frattempo altro si è assopito.

 

I sensi ad esempio, sono manipolati continuamente per indurre pensieri, emozioni, bisogni e desideri, che tacciono la propria anima.

 

Il respiro di ogni essere umano.

Come si fa, in questo contesto, ad orientarsi e cercare la Felicità, di cui sono state date migliaia di definizioni?

 

Personalmente credo che la felicità sia un’esperienza di gratificazione emotiva, fisica, intellettiva che porta ad essere attraverso un fare che a seconda dei casi è più o meno articolato. A seconda del significato che si attribuisce a quel fare si percepisce come la propria energia stia confluendo nel mondo. Per questo a volte è sufficiente davvero poco per essere felici:

Nelle azzurre sere d’estate, me ne andrò per i sentieri,

graffiato dagli steli, sfiorando l’erba nuova:

trasognato, ne sentirò la frescura sotto i piedi,

e lascerò che il vento mi bagni la testa nuda.

Non parlerò, non penserò a niente:

Ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,

E andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro.

 

(Arthur Rimbaud)

Sono partito dalla coachability e sono arrivato alla felicità. Qual è il filo conduttore?

La coachability è una sorta di minimo comune denominatore per iniziare ad orientarsi verso la propria felicità. Infatti, anche quando la Felicità è rivelazione inaspettata ed improvvisa, è pur sempre parte di una ricerca esistenziale che inizia con la nascita e termina con la morte.

 

Essere consapevoli di questa ricerca può fare la differenza nel trovare quel significato che riempie.

 

Si è vigili e attenti.  Ci si sente liberi di lasciarsi andare e stupirsi dall’imprevisto che rivela altro di sé.

 

 

 

Di Massimo Ravasi

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